| Anche questa è proprio incredibile! L'avevo sentita in questi giorni. Leggete, leggete... Se qualcuno ruba a un precario per te, sotto sotto c'è... |
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| Scritto da Michela Murgia | |
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| Anche questa è proprio incredibile! L'avevo sentita in questi giorni. Leggete, leggete... Se qualcuno ruba a un precario per te, sotto sotto c'è... |
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| Scritto da Michela Murgia | |
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E’ difficile difendere l’Università. Le sue baronie, la sua ipertrofica offerta di corsi e corsetti di laurea per dare una cattedra, o almeno una predella, a figli e nipoti di.
E’ difficile difenderla quando uno studente si presenta puntuale davanti allo studio del docente all’ora indicata in bacheca, e non lo trova mai. E’ difficile. E’ difficile quando non si riescono ad avere spazi per la ricerca, per studiare, quando non si riescono ad avere i fondi necessari a garantire la fornitura della letteratura scientifica essenziale perché una università sia degna di questo nome.
Ma il Decreto Legge 112/08 non vuole correggere il sistema universitario pubblico. Non vuole introdurre principi di meritocrazia e di valutazione seria della didattica e della ricerca. Non vuole più aule, più spazi per lo studio, più postazioni internet gratuite. No. Lo vuole distruggere. Lo vuole privatizzare (attraverso le cosiddette Fondazioni), deprimere, umiliare.
Già il fatto che in un decreto legge che si occupa di tutto e di più (”Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria“), oltretutto convertito alla Camera lunedì pomeriggio con voto di fiducia, quindi nemmeno discusso, si metta mano all’ordinamento dell’università italiana è un fatto grave: per coloro che ci lavorano con una certa serietà, per gli studenti, per il Ministro dell’università stesso, figura patetica, messa in un cantuccio a cianciare e promettere cose che non potrà mai mantenere.
Si tagliano personale e fondi con l’accetta: in previsione della impossibilità di sostituire il personale che va in pensione (tutto il personale: docenti, amministrativi, bibliotecari, ricercatori) se non nella misura del 20% (per 10 pensionamenti saranno consentite 2 assunzioni: articolo 66, commi 3, 7, 9, 11, 13) vengono di conseguenza decurtati i fondi di funzionamento ordinario (FFO) nella misura di 63 milioni e mezzo nel 2009, 190 milioni nel 2010, 316 nel 2011, 417 nel 2012 e 455 nel 2013); ma i conti non tornano perché nel frattempo - per fortuna! - gli stipendi aumentano (di poco, ma aumentano) ma la legge finanziaria non ne tiene conto, per cui le Università (contrariamente ad altri ministeri) in quanto godono di autonomia se la dovrano cavare con i pochi soldi che si ritroveranno nelle casse, e quindi necessariamente dovranno risparmiare su altre voci: la ricerca in primo luogo, e l’erogazione di servizi essenziali per studenti e docenti.
Si sottraggono poi i soldi dagli stipendi del personale (non solo quelli dei “baroni”) nella misura del 10% (articolo 67, commi 5, 6, 7). Si chiama “salario accessorio”: quella parte dello stipendio che ciascuna università (o ente, in generale) contratta in modo decentrato, non su base nazionale. Definirlo “accessorio” è quantomeno improprio. Dal De Mauro: “che accompagna o si aggiunge a ciò che è principale o necessario“. Quindi non sarebbe “necessario”. Bene, Senza la quota accessoria i nostri stipendi sarebbero davvero ridicoli - d’accordo: sono pur sempre stipendi, non voglio lamentarmi più di tanto.
Risultato: i giovani ricercatori se ne andranno il prima possibile. Il personale sarà demotivato e quantomeno irritato (no, i fannulloni no, quelli continueranno a fannulloneggiare indisturbati). Le biblioteche subiranno contrazioni nelle spese (acquisti di libri e abbonamenti a risorse elettroniche, come banche dati e riviste) e negli orari di apertura, e tutti i servizi agli studenti verranno in generale ridotti, la ricerca non potrà essere finanziata perché tagliando il cosiddetto FFO (fondo di finanziamento ordinario) la maggior parte della spesa (oltre il 90%) servirà a pagare gli stipendi.
L’Italia è, come tutti sanno, ultima nel rapporto fra investimenti per la ricerca e PIL. Stiamo messi peggio di chiunque in Europa: “Il rapporto R&S/Pil assegna all’Italia l’ultimo posto nei Paesi Ocse, Cina e Israele, a pari merito con la Spagna (1,1%): nella graduatoria, Israele e’ al primo posto con il 4,4, la Svezia investe il 4,0, la Finlandia il 3,5, il Giappone 3,2, la Svizzera e la Corea il 2,9%. Gli altri paesi oscillano tra il 2,7% degli Stati Uniti e l’1,2% dell’Irlanda. Guarda caso il PIL retrocede (rispetto alla media europea) nella misura in cui retrocede l’investimento nella ricerca e nell’istruzione.
La soluzione? Eccola: la Fondazione (articolo 16). Ossia, la privatizzazione dell’università. Con quali conseguenze: la prima, la più pericolosa: l’università privata non è tenuta a rispettare il tetto per le tasse, come oggi, e perciò potrà aumentarle senza limiti. Dice l’articolo che le università “possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato”. Possono, non debbono. Qual è il problema? Già.
Facciamo un caso concreto. L’Università degli studi di Canicattì decide la propria trasformazione in fondazione. Salvatore Cusumano e Santino Zambito, noti imprenditori locali, per dedurli dalle tasse (comma 5) ci mettono un milioncino di euro fresco fresco. Succoso come un cocomero a ferragosto. A quel punto lo stato continuerà a finanziare la Fondazione UniCanicattì, ma un po’ meno di oggi. In compenso le avrà ceduto gratuitamente la gestione di tutto il patrimonio immobiliare (comma 2 - a quel punto rivendibile, per fare cassa) e tutto il personale sarà soggetto di diritto privato (licenziabile, per risparmiare) e soprattutto avrà dato mano libera per aumentare le tasse. Perché, calcolatrice alla mano, non dovrebbe farlo?
Allo stato, meglio: al governo - meglio ancora: a questo governo - si sa, piace vincere facile. Ma si tratta di una vittoria?
BABEL, di Alejandro Gonzalez Iñarritu (2006)
Un film molto bello e coinvolgente. Quattro storie corrono parallele ma alla fine sono legate tra loro: Brad Pitt e Cate Blanchett sono una coppia che ha da poco perso un bambino piccolo, morto nel sonno. Lui ha reagito al lutto scappando e ora si trovano soli in Marocco a fare un viaggio per cercare di riavvicinarsi. Alicia è la baby sitter dei loro figli e a causa dell’incidente di Susan (Cate Blanchette) in Marocco, Richard (Brad Pitt) le chiede di non andare al matrimonio di suo figlio per restare con i bambini. Lei cerca qualcuno che la sostituisca ma alla fine decide di portare i bambini con sé al matrimonio in Messico.Viene raccontata anche la storia di una ragazza giapponese che ha scoperto la madre morta suicida e che è sordomuta e infine la storia di due ragazzini marocchini che, per provare un fucile, sparano all’autobus su cui si trovano Susan e Richard e feriscono lei.
Mi è piaciuta la rappresentazione della sofferenza come qualcosa di universale (la storia si svolge infatti su tre continenti). Chi ne esce con una descrizione pessima, alla fine, sono solo gli americani e questo in diversi momenti cruciali: quando la colf incontra un poliziotto e gli dice che devono andare a cercare i bambini ma lui la ammanetta, quando l’ambasciata americana dirotta l’ambulanza marocchina e ritarda i soccorsi per Susan perché vuole mandare un elicottero americano (politica), quando l’autobus di americani abbandona Pitt e la Blanchett al loro destino nel paesino sperduto del Marocco, quando, nonostante siano stati due bambini a sparare e la polizia marocchina lo scoprirà, la televisione continua a parlare di attacco terroristico. Solo gli americani mostrano grettezza e ristrettezza di vedute.
La scena in cui al telegiornale viene mostrata Susan che esce dall’ospedale marocchino, salva, mi ha fatto pensare a quanto si nasconda dietro ad una notizia (tralaltro falsa, come dicevo poco sopra, perché non era stata vittima di un attacco terroristico). Quante storie si vedono in televisione che si scordano in poco tempo e quanto potrebbero contenere di racconto, di narrazione!
Inoltre mi ha colpito come i personaggi si trovino in quella situazione perché non avevano riflettuto sui gesti che stavano compiendo: i bambini perché giocano con un fucile, la colf messicana perché non pensa alle conseguenze di portare in Messico due bambini americani, la giapponese che si spoglia e si offre a chiunque (dentista, detective, coetanei). Come dire: non facendo attenzione a ciò che si fa si può creare una tragedia.
Perché è stato scelto questo nome biblico? Morandini afferma che sia per spiegare la solitudine e l’incomunicabilità tra le persone. In realtà, c’è comunicazione nel film: la colf con i bambini e con i suoi datori di lavoro, il giapponese che regala il fucile alla guida marocchina, il marocchino che accoglie nella sua casa Pitt e la Blanchette. C’è comunicazione e anche solidarietà, sebbene non sempre. C’è incomunicabilità non nel rapporto stretto tra le persone, che riescono a creare dei legami nonostante le differenze culturali, ma nei rapporti che nascono da categorie preconcette: i messicani che entrano nel confine americano con due bambini americani nella macchina (pregiudizio sia dei poliziotti di frontiera verso Bernal che viceversa), l’ambasciata americana in Marocco che non si preoccupa di dire che l’incidente non è in realtà un attacco terroristico. Le persone, nel loro piccolo, anche se faticano a comunicare, cercano però di farlo: Susan e Richard che si ritrovano dopo che lui è andato via di casa per la sofferenza provocata dalla morte del figlio, la giapponese che abbraccia il padre alla fine del film. Insomma, l’incomunicabilità risiede più nella società e nei ruoli che essa assegna alle persone che ne fanno parte piuttosto che nella comunità alla quale ogni persona appartiene. Il personaggio che pare dimostrare maggiore incomunicabilità è la giapponese, forse perché è adolescente e perché ha vissuto un evento altamente drammatico come lo scoprire la madre morta.
Ho trovato questo commento nel forum di My movies: Quello di Babel è un intricato intreccio di vite umane così distanti tra loro quanto vicine come se alla fine tutti fossimo accomunati da un evento a persone di cui ignoriamo l'esistenza. Forse è per questo che si è dato questo titolo biblico: Babele. Nonostante la distanza spaziale e psicologica siamo tutti uniti, eravamo tutti a Babele, qualcosa di quella Babele che Dio ha voluto spargere nel mondo è rimasta in noi.
Mi è piaciuto molto. Non mi piacciono le critiche che ho trovato in Internet, di un Iñarritu che ha abbracciato Hollywood, meno amaro e aspro dei film precedenti (“Amores perros” e “21 grammi”). Avrebbe dovuto ripetersi per poter piacere? Quando si è fatto un così bel film non credo che si possa dire niente, o comunque si tratta di critiche accessorie, che non interessano il film in sé.
Guillermo Arriaga, l’autore della sceneggiatura, è anche romanziere. Ha scritto anche le sceneggiature degli altri due film di Iñarritu e con la sceneggiatura di “Le tre sepulture” di Tommy Lee Jones ha vinto un premio a Cannes. Come scrittore ha pubblicato Retorno 201, Il bufalo della notte, Un dolce odore di morte e Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina, tutti pubblicati in Italia da Fazi.
Eccomi ritornata dalle ferie trascorse per una settimana in Val d'Aosta e per altri tre giorni a Cerete, in provincia di Bergamo.
Presto salverò qualche foto interessante su flickr.
Nel frattempo cerco di recuperare un ritmo umano e fintamente indaffarato. Una decina di giorni e si torna a lavorare, almeno spero...
Ho letto "Bruciata viva" con il fiato sospeso. L'ho letto di corsa, divorato. La testimonianza di questa donna a cui il cognato ha dato fuoco perchè rimasta incinta prima del matrimonio mi ha lasciata di sasso.
Quanta strada le donne appartenenti a questo tipo di cultura dovranno combattere per non ritenere normale soffocare le figlie femmine appena nate o considerarle meno importanti di una capra o di una vacca?
La lotta che ha permesso alle donne occidentali di oggi di vivere senza il pensiero di essere giudicate per il modo in cui si comportano, per come si vestono, per il mestiere che fanno, sembra quasi un atto dovuto.
Io, nata nel '77, che cosa so del femminismo? Tutto quello che è stato conquistato con difficoltà dalle generazioni precedenti me lo ritrovo bell'e pronto e ho l'impressione che me lo stiano pure togliendo.
Non ne posso veramente più di tutti i culi e le tette che si vedono in televisione, dello sfruttamento del corpo femminile in tutte le sue angolazioni per solleticare gli organetti maschili, che magari nella tasca a fianco si ritrovano il portafogli.
Mi innervosisce vedere le ragazzine a scuola che troieggiano con l'ombelico al vento e la mutandina in vista.
Come sta la donna di oggi?
Per mail mi è arrivata questa interessante iniziativa: PARCO POESIA che si terrà a Riccione i prossimi 31 agosto, 1 e 2 settembre.
Da tenere a mente.
Da ragazzina mia sorella maggiore mi mostrava in videocassetta gli splendidi film di questo regista:Sussurri e grida, Un mondo di marionette, Scene da un matrimonio, La fontana della vergine.
I miei preferiti: Il settimo sigillo, di cui ho poi comprato la sceneggiatura pubblicata da Iperborea, che a gennaio prossimo metterà a disposizione "Tre diari", Il posto delle fragole, Sinfonia d'autunno e Persona.